La decima e le offerte

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 1. Introduzione

Quello dell’offerta è sempre un argomento delicato. È, però, dovere di ogni fedele servitore di Dio, istruire i credenti in tutto il consiglio di Dio. Essendo l’offerta uno dei temi ampiamente trattati nella Sacra Scrittura, è nostro dovere impartire sane istruzioni al riguardo. Alcune denominazioni hanno un po’ commercializzato la fede, ma ciò non deve impedire ad ogni cristiano sincero di conoscere la volontà del Signore sull’argomento. Il presente studio si propone soltanto lo scopo di porre il lettore dinanzi a ciò che Dio s’aspetta da tutti i credenti, animati da sentimenti di riconoscenza e di gratitudine.

2. Considerazioni generali sull’offerta

L’offerta, raccolta nel corso del culto cristiano, non è una colletta ed ancor meno un’elemosina. I nostri doni e le nostre offerte, infatti, costituiscono il pagamento di un debito nei confronti del Signore, che è più sacro di quello che, per esempio, potremmo avere nei confronti del salumiere. Nella medesima maniera in cui offriamo a Dio il nostro cuore e le nostre lodi durante il culto, come segno di riconoscenza per ciò che Egli ha compiuto in nostro favore, così Gli offriamo altresì i nostri beni materiali, ugualmente come dimostrazione di gratitudine per ciò che Egli ci ha dato e ci dona ogni giorno.
L’offerta del cristiano deve essere versata regolarmente. In I Corinzi 16, versetto 2, leggiamo: “Ogni primo giorno della settimana ciascuno di voi, a casa, metta da parte quello che potrà secondo la prosperità concessagli, affinché, quando verrò, non ci siano più collette da fare”. Non è, perciò, in maniera episodica, in una riunione particolare, che dobbiamo donare, ma regolarmente, il primo giorno della settimana, quindi la domenica. Si tratta di una disciplina che ogni cristiano deve saper esercitare sul suo cuore e sulla sua vita. Essa si rivela efficace e necessaria anche quando il credente è trattenuto lontano dall’assemblea, una o più domeniche (malattie, impedimenti per causa di forza maggiore, ecc.). La nostra riconoscenza al Signore deve essere tale da non subordinare le nostre offerte alle circostanze. Chi dovesse essere impedito da motivi di forza maggiore nel frequentare le riunioni, deve cercare un momento di tranquillità per offrire il proprio culto personale ed essere così in comunione con il Signore. Proprio in questo momento di raccoglimento deve altresì, con la stessa serietà, mettere da parte ciò che avrebbe donato se si fosse recato nell’assemblea, per offrirlo in seguito, quando frequenterà la riunione successiva. Questa disciplina deve essere esercitata anche in relazione al valore o all’ammontare dell’offerta. Alcuni donano secondo la disposizione momentanea del cuore, secondo il denaro che hanno nel portamonete oppure se la predicazione è stata o meno di loro gradimento; senza contare coloro che dovrebbero offrire di più, se solo fosse loro sottolineata l’importanza di questo insegnamento biblico. Dobbiamo agire, perciò, con grandissima serietà davanti al Signore. Il metodo migliore e che risulta maggiormente biblico, confermato peraltro da numerose testimonianze, è di mettere da parte per il Signore, all’inizio del mese o della settimana, una percentuale del nostro salario o reddito, insomma delle nostre entrate. Tutto ciò spetta a Dio e non ci appartiene più.

3. Il cristiano come deve usare il suo denaro?

1. Il cristiano, oggetto della grazia di Dio che lo ha cercato e salvato gratuitamente per i meriti del Suo Unigenito Figlio, mette tutto ai piedi del suo Salvatore: la sua vita, il suo tempo, le sue ricchezze, per divenire “operaio nel campo del Signore”. Egli scopre il senso stesso della vita cristiana e la potenza dello Spirito Santo per mezzo dell’opera redentrice di Cristo. Questo è in sintesi ciò che Dio ha compiuto per i Suoi figli e ciò che Egli continua ancora a fare. Il significato stesso della nostra vita è cambiato: essa diviene una testimonianza dell’opera del Salvatore, che ci ha vivificati; Egli è il nostro Signore e ci dona il privilegio di essere “operai con Lui nella Sua vigna”. L’intera vita del cristiano è dunque nelle mani di Dio, come quella di Cristo che è venuto per adempiere la volontà del Padre. Così la vita cristiana consacrata al Signore diventa, secondo la Parola di Gesù, un fiume di acqua viva che scorre dalla Sua sorgente, figura dello Spirito Santo presente in noi. Il cristiano, perciò, deve considerare che quanto possiede è interamente sotto la dipendenza di Dio, al punto da fare proprie le parole del salmista: “Al Signore appartiene la terra e tutto quel che è in essa, il mondo e i suoi abitanti” (Salmo 24:1). “Poiché chi sono io, e chi è il mio popolo, che siamo in grado di offrirti volenterosamente così tanto? Poiché tutto viene da te; e noi ti abbiamo dato quello che dalla tua mano abbiamo ricevuto” (1Cronache 29:14). “Guardati dunque dal dire in cuor tuo: “La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno procurato queste ricchezze. Ricordati del Signore tuo Dio, poiché egli ti dà la forza per procurarti ricchezze, per confermare, come fa oggi, il patto che giurò ai tuoi padri” (Deut.8:17, 18). “‘Mio è l’argento e mio è l’oro’, dice il Signore degli eserciti” (Aggeo 2:8);

2. Persuaso che quanto possiede appartiene a Dio, poiché tutto viene da Lui, il cristiano si considera come amministratore dei beni affidatigli dal Signore: dovrà quindi rendere conto della sua amministrazione. E non soltanto il cristiano ritiene che quanto possiede appartiene a Dio, ma che i beni di cui dispone, li detiene per volontà del Signore. È Dio che gli ha permesso di possedere qualcosa, è Dio che l’ha aiutato ad accumulare ciò che ha messo da parte. E allora egli si sente responsabile di ciò che il Padre gli ha affidato: la sua vita, il suo tempo, il suo denaro. Di tutto ciò, egli non è più padrone, è Dio il vero padrone e un giorno egli dovrà rendere conto al suo Padrone dell’impiego che ne ha fatto: “Cosa ne hai fatto della vita che Ti ho donata? Il tuo tempo, l’hai impiegato al mio servizio? E il denaro che ti ho permesso di guadagnare, come l’hai speso?”. Questa la domanda che un giorno il Signore ci rivolgerà. Dovremo rendere conto della gestione della nostra vita spirituale e dei nostri beni materiali. Dalla parabola di Luca capitolo 16, dove si parla dell’amministrazione dei beni dati in amministrazione, impariamo come Dio vegli sul modo in cui impieghiamo i beni terreni, prima che ci vengano affidate le vere ricchezze: se noi non siamo fedeli nelle cose minime, quelle terrene, come potrà Egli affidarci quelle eterne, i misteri del cielo? Essendo fedeli oggi nell’impiego saggio dei beni che Egli mette nelle nostre mani, un giorno Egli ce ne affiderà di maggiori: “Se dunque non siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà le vere?” (Luca 16:11). Ora, il giusto impiego di questi beni terreni favorisce la giusta disposizione del credente a ricevere le benedizioni spirituali e produce il ringraziamento a Dio, come è indicato in II Corinzi capitolo 9, versetti 10 e 11: “Colui che fornisce al seminatore la semenza e il pane da mangiare, fornirà e moltiplicherà la semenza vostra e accrescerà i frutti della vostra giustizia. Così, arricchiti in ogni cosa, potrete esercitare una larga generosità, la quale produrrà rendimento di grazie a Dio per mezzo di noi”. L’apostolo conclude così: “Ringraziato sia Dio per il suo dono ineffabile!” (v. 15). Non sono i doni dei Corinzi che importano, la sola cosa importante è che Cristo abita nel loro cuore, tutto il resto viene di conseguenza. La Sacra Scrittura c’insegna che vi sono dei grandi pericoli da tenere in considerazione: “Infatti l’amore del denaro è radice di ogni specie di mali; e alcuni che vi si sono dati, si sono sviati dalla fede e si sono procurati molti dolori” (I Tim. 6:10). “E Gesù disse ai suoi discepoli: ‘Io vi dico in verità che difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli’” (Matt. 19:23); e ancora, allo stesso modo: “A voi ora, o ricchi! Piangete e urlate per le calamità che stanno per venirvi addosso! Le vostre ricchezze sono marcite e le vostre vesti sono tarlate. Il vostro oro e il vostro argento sono arrugginiti, e la loro ruggine sarà una testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori negli ultimi giorni. Ecco, il salario da voi frodato ai lavoratori che hanno mietuto i vostri campi, grida; e le grida di quelli che hanno mietuto sono giunte agli orecchi del Signore degli eserciti” (Giac. 5:1-4). La Bibbia definisce il ricco come colui che non avverte il bisogno del soccorso di Dio. Non basta immaginare di avere bisogno di aiuto, neanche è sufficiente desiderarlo. Colui che è soddisfatto umanamente, che confida nella forza umana, non avverte la necessità di ricorrere a Dio. Poiché il desiderio che egli può averne, non è altro che un supplemento di sicurezza. La falsa saggezza dell’uomo afferma: “Aiutati che il cielo t’aiuta”, ma la Sacra Scrittura risponde: “Credi solamente”. Quando l’uomo cerca di liberarsi dai problemi da solo, rifiuta di fatto l’aiuto del Signore, anche se ricerca Dio per consuetudine nei momenti di dubbio; il Signore, però, non risponde. Dobbiamo scegliere di servire Dio o Mammona, non c’è modo per porli sullo stesso piano. Se si desidera Mammona, ciò vuol dire che non si avverte il sincero bisogno di Dio. Non è solamente nel mondo che l’uomo è giudicato secondo le sue ricchezze, ma anche nel regno dei cieli, anche se secondo un criterio diverso. Il mondo si domanda:
“Quanto possiede un uomo?”. Cristo chiede: “Che uso ha fatto l’uomo di ciò che ha?”. Il mondo considera l’accumulo del denaro, il Signore invece valuta l’offerta. E quando un uomo dona, il mondo si domanda: “Quanto ha donato?”. Cristo, invece, si pone la l’interrogativo: “Come ha donato?”.il mondo è affascinato dalle ricchezze, e Cristo esamina l’uomo e ciò che lo spinge ad agire. Consideriamo il racconto della povera vedova: “Venuta una povera vedova, vi mise due spiccioli che fanno un quarto di soldo. Gesù, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: ‘In verità io vi dico che questa povera vedova ha messo nella cassa delle offerte più di tutti gli altri: poiché tutti vi hanno gettato del loro superfluo, ma lei, nella sua povertà, vi ha messo tutto ciò che possedeva, tutto quanto aveva per vivere” (Marco 12:42, 43). Parecchi ricchi offrivano molto, ma ciò proveniva dal loro superfluo. Non c’era alcun sacrificio reale, la loro vita era tanto confortevole quanto lo era prima, perciò offrire non costava loro nulla. Il loro gesto non testimoniava alcun vero amore verso Dio, faceva parte di una religione comoda e tradizionale. La vedova vi gettava invece una monetina, cioè del suo necessario. Aveva offerto tutto ciò che possedeva, tutto quanto le restava per vivere. Aveva donato tutto al Signore, senza riserve, senza lasciare nulla per sé. Quale differenza tra il nostro modo di vedere e quello di Cristo! Noi ci domandiamo quanto dona un uomo, Cristo considera quanto egli conserva per sé. Noi vediamo il dono, Gesù domanda se il dono rappresenta un sacrificio, un segno autentico dell’amore. La vedova non aveva conservato nulla per se stessa, aveva donato tutto: il dono conquistò il cuore di Gesù, poiché era nello spirito del dono di Se stesso, il Quale, ricco, si è fatto povero, per la nostra salvezza. Nello stesso pensiero, la decima, il minimo dovuto al Signore per permettere la progressione dell’opera di Dio, per alcuni può essere un reale sacrificio e per altri semplicemente il dono del loro superfluo. Prendiamo per esempio due famiglie dagli impegni familiari identici. La prima ha reddito mensile di 1.000 euro. Se dona la decima le resteranno 900 euro per vivere. In questo caso la decima sarà un reale sacrificio. Se la seconda famiglia ha un reddito mensile dieci volte superiore, cioè 10.000 euro dopo aver pagato la decima, le resteranno 9.000 euro, cioè 10 volte di più rispetto alla prima. Per quest’ultima la decima non rappresenterà alcun disturbo e non sarà un vero sacrificio. Da questa famiglia, come dall’israelita nell’abbondanza, il Signore attende qualcosa di più rispetto alla decima, dei sacrifici di azioni di grazie, degli olocausti, ecc. Oltre alla decima, l’adoratore dell’Eterno portava al Tempio numerosi animali per i sacrifici, i primi nati del suo gregge, della farina, dell’olio, dell’incenso, del vino, le primizie dei suoi raccolti, tutto in segno di riconoscenza e di consacrazione a Dio (cfr. Lev. 2; 23:10-14; 7:11-17).

4. Il cristiano, amministratore dei beni affidatigli da Dio

Il cristiano deve considerare che i suoi comportamenti, le sue singole azioni sono sempre svolte nel cospetto di Dio ed evitare, perciò, ogni spesa che non sia gradita a Lui. Cristo ha detto del Suo popolo: “Io non sono più nel mondo, ma essi sono nel mondo” (Giov. 17:11). I figli di Dio devono dunque utilizzare il loro denaro seguendo dei principi che non sono terreni; è lo Spirito di Dio che indica loro l’uso che devono farne. Cosa ordina lo Spirito di Dio? “Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più” (Matt. 6:33). Impieghiamo prima di tutto il denaro per ciò che deve durare eternamente, per ciò che è gradito a Dio. Così, il nostro denaro, che appartiene al Signore, deve essere impiegato innanzi tutto per la propagazione dell’Evangelo. Questa è buona amministrazione! Quanto al denaro che il cristiano è obbligato a spendere per sé, per le esigenze della sua vita quotidiana, in tutti gli aspetti che essa prevede, prima di impegnarsi a soddisfare tutte le possibili esigenze, che peraltro non hanno tutte la stessa priorità, non deve forse chiedere saggezza a Dio e dipendere sempre dalla Sua volontà? Sembra forse eccessivo suggerire una tale attitudine ma, dopo aver ben riflettuto, risulterà tutto naturale. Quale padrone amerebbe che l’amministratore della sua impresa spendesse i fondi che gli sono affidati senza prima consultarlo? Ebbene il nostro padrone è Dio; Egli che ci ha affidato il denaro che utilizziamo; è dunque normale che chiediamo il Suo parere prima di spenderlo. In questo modo scopriremo che c’è un modo cristiano di utilizzare il proprio denaro, che diviene un mezzo di benedizione per chi ha l’onere di amministrarlo. Tutti noi, infatti, siamo chiamati a tale responsabilità: “Gesù diceva ancora ai suoi discepoli: ‘Un uomo ricco aveva un fattore, il quale fu accusato davanti a lui di sperperare i suoi beni. Egli lo chiamò e gli disse: Che cos’è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché tu non puoi più essere mio fattore’” (Luca 16:1, 2).

5. La decima cristiana
è il minimo che il Signore si attende dai Suoi figli

La decima cristiana consiste nel dieci per cento del nostro salario o dei nostri redditi. A questo proposito studiamo più da vicino il brano di Genesi 14, versetto 17, al capitolo 15, versetto 1. La decima è citata qui per la prima volta. È da notare che l’episodio si verificò quattro secoli prima che la Legge fosse promulgata, in un’epoca in cui Dio trattava con Abramo per mezzo della fede, come d’altronde avviene ancora oggi, per questo motivo noi credenti siamo la posterità di quest’uomo di fede: “Così anche Abraamo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto come giustizia. Riconoscete dunque che quanti hanno fede sono figli d’Abraamo” (Gal. 3:6, 7). Abraamo aveva inseguito Chedorlaomer, ripreso tutti i beni di Sodoma, poi era ritornato fino a Salem, vale a dire Gerusalemme. Là aveva incontrato due personaggi rappresentativi, Melchisedec, re di Salem e sacerdote dell’Iddio altissimo, e il re di Sodoma, rappresentante di questo mondo e della sua colpevole indulgenza nei confronti del peccato. Melchisedec, il re-sacerdote, è, secondo Ebrei capitolo 7, un tipo di Cristo nella Sua resurrezione. Egli offre ad Abraamo del pane e del vino, simbolo del sacrificio di Gesù sulla croce, e gli dichiara che Dio gli ha accordato la vittoria. Abraamo perciò è spinto a riconoscere il suo debito verso Dio e ad offrirGli la decima del bottino. Giacobbe, il nipote d’Abraamo, quando cercava di sfuggire alla collera di Esaù suo fratello, espresse la seguente promessa: “Giacobbe fece un voto, dicendo: ‘Se Dio è con me, se mi protegge durante questo viaggio che sto facendo, se mi dà pane da mangiare e vesti da coprirmi, e se ritorno sano e salvo alla casa di mio padre, il Signore sarà il mio Dio e questa pietra, che ho eretta come monumento, sarà la casa di Dio; di tutto quello che tu mi darai, io certamente ti darò la decima” (Gen. 28:20-22). Possiamo dedurre che la decima era una pratica ricorrente nella famiglia di Abraamo. Giacobbe ha formulato questa promessa perché aveva visto suo padre e suo nonno pagare fedelmente la decima. Tale è l’origine della decima! Quindi, non offriamo a Dio perché Egli poi diventi nostro debitore in conseguenza della nostra liberalità, ma secondo la Scrittura riconosciamo semplicemente che dobbiamo a Lui le “dieci decime che possediamo”. In altre parole, pagare la decima è il modo biblico di dire “grazie” a Dio per tutto ciò che Egli ci ha donato. In questa maniera riconosciamo che Egli è El-Elyon, l’Iddio Altissimo, padrone dei cieli e della terra, il dispensatore di tutte le benedizioni spirituali e materiali. Supponiamo che io offra una scatola di cioccolata ad un bambina di cinque o sei anni. Subito dopo la bambina sparisce con la scatola e ritorna poco dopo con le labbra e le dita coperte di cioccolata. In un’altra famiglia invece, la scatola viene aperta subito e la piccola fanciulla me la presenta spontaneamente dicendomi: “Io offro prima a te i miei cioccolatini”. “Ma no”, risponderò io, “sono tuoi”. “Sì, dirà la bambina, ma sei tu che me li hai dati e desidererei che ti servissi per primo”. Allora, gustando un cioccolatino dirò “grazie” alla fanciulla. Quale di queste due bambine avrà rallegrato il mio cuore e a quale delle due sarò disposto a regalare un’altra scatola di cioccolatini? Abbiamo notato che Melchisedec era nello stesso tempo re e sacerdote. In quanto re egli ha accettato la decima perché aveva diritto a tutti i beni, poi in quanto sacerdote l’ha accettata come un tributo di riconoscenza verso Dio. In seguito appare il re di Sodoma: “Melchisedec, re di Salem, fece portare del pane e del vino. Egli era sacerdote del Dio altissimo. Egli benedisse Abramo, dicendo: ‘Benedetto sia Abramo dal Dio altissimo, padrone dei cieli e della terra! Benedetto sia il Dio altissimo, che t’ha dato in mano i tuoi nemici!’. E Abramo gli diede la decima di ogni cosa. Il re di Sodoma disse ad Abramo: ‘Dammi le persone; i beni prendili per te. Ma Abramo rispose al re di Sodoma: “Ho alzato la mia mano al Signore, il Dio altissimo, padrone dei cieli e della terra, giurando che non avrei preso neppure un filo, né un laccio di sandalo, di tutto ciò che ti appartiene; perché tu non abbia a dire: Io ho arricchito Abramo’” (Gen. 14:18-23). Vediamo ciò che accadde così come è narrato in Genesi capitolo 15, versetto 1: “Dopo questi avvenimenti, l’Eterno apparve ad Abrahamo e gli disse: ‘Io sono la tua grandissima ricompensa” (versione inglese e versione Darby). “Tu hai accettato i simboli del sacrificio, ma ti sei distolto dalla tentazione del re di Sodoma e offrendo la decima hai riconosciuto che da me soltanto proviene tutta la benedizione. Il mio piacere è dunque quello di offrire me stesso a te in (come, n. d. r.) grandissima ricompensa”. È lo stesso pensiero espresso dal Signore in Luca 16, versetto 11: “Se dunque non siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà quelle vere?”. In altri termini, se non siamo fedeli in ciò che concerne il denaro, Dio non potrà affidarci i doni spirituali e alcuna responsabilità nel servizio cristiano. Un servitore di Dio ha potuto dire dopo cinquant’anni di lavoro: “Io non ho mai incontrato un uomo avaro verso Dio che abbia ricevuto dei doni spirituali”. Malachia 3, versetto 10, esprime lo stesso pensiero: “‘Portate tutte le decime alla casa del tesoro, perché ci sia cibo nella mia casa; poi mettetemi alla prova in questo, dice il Signore degli eserciti; ‘vedrete se io non vi aprirò le cateratte del cielo e non riverserò su di voi tanta benedizione che non vi sia più dove riporla’”. E il versetto 11 parla di benedizioni materiali in supplemento. Tutti i comandamenti dell’Eterno al tempo della Legge ci danno degli insegnamenti: “Ora, queste cose avvennero loro per servire da esempio e sono state scritte per ammonire noi, che ci troviamo nella fase conclusiva delle epoche” (I Cor. 10:11). In Esodo 23, versetto 19, le primizie dei frutti della terra dovevano essere portate alla casa dell’Eterno. Non è dunque ciò che ci resta in tasca una volta che il salumiere, il macellaio, il proprietario di casa sono stati pagati, che deve essere offerto a Dio, ma la parte di Dio deve essere prelevata per prima. Il fatto stesso di mettere da parte prima di tutto per il Signore una porzione del nostro salario o dei nostri redditi attribuisce a questa azione un valore molto più elevato, poiché, in realtà, diviene una transazione segreta tra noi e Dio stesso. Poi, è sempre utile chiedere a Dio la Sua guida per quanto riguarda l’impiego di questo denaro. Se la decima non fosse messa da parte in anticipo, saremmo tentati di dare soltanto quando se ne presenta un bisogno.

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